Rassegna stampa del 7 luglio 2011
a cura dell'Ufficio Stampa di Data Print Grafik

Ravvedimenti errati, rimedio cercasi

Dichiarazioni. La Cassazione ritiene invalida la regolarizzazione in caso di uno sbaglio nel versamento.
L'agenzia delle Entrate ha consentito il pagamento parziale

Ravvedimento operoso sotto esame alla ricerca di un orientamento che definisca, una volta per tutte, le regole di validità.
Sia la Cassazione sia le Entrate hanno affrontato l'argomento delineando le modalità di effettuazione del pagamento agevolato (articolo 13 del decreto legislativo 472/97).
Con l'ordinanza 12661 del 9 giugno scorso la Cassazione ha stabilito che nel caso in cui l'importo della sanzione (ridotta) non corrisponda a quanto effettivamente dovuto, il ravvedimento non può considerarsi valido: l'Ufficio potrà richiedere al contribuente il pagamento della sanzione piena determinato sull'intero ammontare.
L'orientamento restrittivo dei giudici di legittimità ribalta le conclusioni a cui erano giunti i giudici regionali per un contenzioso sorto sulla validità di un ravvedimento effettuato da una società di persone che però aveva sbagliato l'importo della sanzione dovuta.
Secondo la Cassazione il versamento della sanzione, nella prevista misura ridotta, costituisce, insieme al requisito della "contestualità", la condizione per il perfezionamento dell'istituto.
Ciò trova conferma nel tenore letterale del comma 2 dell'articolo 13 il quale prevede che il pagamento della sanzione ridotta «deve» essere eseguito contestualmente con il tributo.
Per perfezionare la regolarizzazione il contribuente deve versare contestualmente l'imposta, gli interessi e la sanzione, quest'ultimi determinati in modo conforme alla normativa.
Con la risoluzione 67/E del 23 giugno scorso l'agenzia delle Entrate ha distinto tra la «rateizzazione delle somme da ravvedimento» e il «ravvedimento parziale».
La prima (rateizzazione) non è consentita in quanto non è ammissibile che il ravvedimento dell'intera violazione si possa perfezionare con il pagamento della sola "prima rata".
Al contrario, riconosce la validità del ravvedimento "parziale" del dovuto a condizione che il contribuente versi «contestualmente» gli interessi e la sanzione commisurati alla frazione del debito d'imposta versato tardivamente.

Il sole 24 ore - 7 luglio 2011 - R. Giorgetti, B. Santacroce - pag. 30

Integrativa infinfluente per il rimborso Irap

Cassazione. Per i giudici valgono i 48 mesi dalla dichiarazione ordinaria.
Per l'Agenzia è tardiva la richiesta oltre l'anno

Per il rimborso dell'imposta versata si applica il termine di 48 mesi e non quello di un anno previsto per la presentazione della dichiarazione integrativa a favore del contribuente.
Ai fmi dell'istanza di rimborso, nella specie Irap, è del tutto ininfluente la data di scadenza di presentazione della dichiarazione dell'anno successivo, dovendosi applicare gli ordinari termini di 48 mesi.
A chiarirlo è la Cassazione (sentenza 14932, depositata ieri, 6 luglio).
Un avvocato ha presentato istanza di rimborso dell'Irap versata per gli anni 2001/2004, ritenendo priva di organizzazione l'attività svolta in quegli anni.
Avverso il rifiuto dell'agenzia delle Entrate ha proposto ricorso in commissione tributaria, che lo ha accolto.
L'appello dell'Ufficio, avverso la decisione di primo grado, è stato respinto dalla Ctr.
L'Agenzia ha proposto allora ricorso per Cassazione contestando, tra l'altro, che i giudici della Ctr non avevano considerato che all'istanza di rimborso delle imposte versate in eccedenza doveva essere applicato non già il termine previsto dall'articolo 38 del Dpr 602/73 (48 mesi), ma quello dell'articolo 2, comma 8 bis del Dpr 322/98 coincidente con il termine di presentazione della dichiarazione del periodo di imposta successivo.

Il sole 24 ore - 7 luglio 2011 - A. Iorio - pag. 31

Identificazione diretta, resta la comunicazione black list

Per le forniture di beni ricevute da una società avente sede in Lussemburgo, l'operatore economico nazionale è tenuto alla comunicazione "black list" anche se le fatture ricevute recano numeri di partita Iva ottenuti dalla società estera in altri paesi Ue non black list attraverso lo strumento dell'identificazione diretta ai fini Iva.
Nella comunicazione, l'operatore nazionale dovrà indicare, quali dati del fornitore, la sede legale e il codice fiscale lussemburghese, nonché la partita Iva indicata sulla fattura, per cui dovrà necessariamente compilare un quadro A per ciascuna partita Iva utilizzata dal fornitore.
È quanto ha precisato l'Agenzia delle entrate con la risoluzione n. 71 del 6 luglio 2011, in risposta ad un'istanza di interpello che mirava a chiarire, fondamentalmente, le modalità di compilazione del modello di comunicazione nel caso prospettato.
Preliminarmente l'Agenzia ricorda di avere già chiarito, in precedenti occasioni, che sono soggette all'obbligo di comunicazione istituito dall'art. 1 del dl 40/2010 anche le operazioni realizzate da un soggetto passivo Iva nazionale con il rappresentante fiscale di un operatore economico avente sede, residenza o domicilio in un paese a regime fiscale privilegiato, anche se il rappresentante sia nominato in un paese non black list.

Italia Oggi - 7 luglio 2011 - F. Ricca - pag. 23